Corna e cornetti, ferri di cavallo ed amuleti di ogni genere: non siamo al festival anti-jella, ma in qualunque spogliatoio di calcio che si rispetti. O credevate forse che le partite si vincano solo comprando fior di giocatori?
E allora chiedetelo ai vari protagonisti della domenica, che si esibiscono in veri e propri riti scaramantici per attirare la buona sorte. Nessuno ne parla, ma basta osservare calciatori, allenatori e persino presidenti, per rendersi conto che certi gesti ripetuti all’infinito altro non sono che pura superstizione.
Dalla barba incolta di
Amadei, alla scarpa sinistra di
Zambrotta infilata sempre per prima, dall’abitudine di
Sivori e
Maradona di dirigersi palla al piede verso la porta, prima dell’inizio della partita, per poi
calciare senza portiere, ai due fili d’erba strappati e poi masticati da
Nicola Caccia: sono solo alcuni dei riti che i calciatori non dimenticherebbero mai di compiere.
C’è poi chi si raccomanda al proprio Dio, facendosi il segno della croce prima dell’entrata in campo o dopo ogni gol segnato, ma è solo uno degli esempi di carattere religioso legati alla scaramanzia. Celeberrime restano le immagini trasmesse in mondovisione, che ci mostravano un Trap devoto con la bottiglia di acqua benedetta da versare sul campo di gioco. Sappiamo tutti come andò a finire quel Mondiale per l’Italia, sconfitta ed eliminata dall’anonima Corea, ma contro Moreno non c’era acqua che potesse salvarci. Ancelotti invece preferisce un rosario da tenere tra le mani nel corso della partita e, a giudicare dai successi ottenuti dalla sua squadra, sembra proprio che funzioni!
E sempre a proposito di simboli religiosi, occorre ricordare l’immagine sacra nei parastinchi di Marco Tardelli, nella finale dei Mondiali di Spagna, partita in cui segnò la seconda rete, liberando poi l’urlo divenuto simbolo di quel Mondiale.
Ma anche simboli e riti un po’ più profani, a partire dal cappotto portafortuna di Renzo Ulivieri, indossato in ogni occasione, anche a dispetto di temperature miti (una volta la bizzarra abitudine lo costrinse a ricorrere alle cure del medico per un colpo di calore).
E che dire della
cerata gialla di Aldo Spinelli che, a suo dire, tanta foruna porterebbe al suo amato Livorno? E poi
i calzini rossi del compianto presidente dell’Ascoli
Costantino Rozzi, le cravatte gialle di
Galliani, le mutande indossate al contrario da
Adrian Mutu o quelle rosse che
Barthez portava sotto i calzoncini. Abbigliamento che non si cambia (
speriamo che almeno gli slip li lavino), se si vuole essere sicuri della protezione da infortuni e sfortuna. Ne sa qualcosa
Gigi Riva, che giocava sempre con la maglia numero 11:
l’unica volta che accettò di indossare il 9 si ruppe una gamba. E provate a raccontargli che si trattò
solo di una stupida fatalità!
Amuleti o stregoni, immagini sacre o abbigliamento portafortuna, quel che è certo è che la scaramanzia appartiene ormai al mondo del calcio. Per la serie: non è vero, ma ci credo! Del resto non costa nulla.
8 commenti su “Da Tardelli a Rozzi: la scaramanzia nel calcio”